martedì, 30 giugno 2009

..sapevamo che quella notte non sarebbe stata come le altre. La settimana precedente era arrivata Maria: appena l’hai vista la dolcezza del suo viso ti ha conquistata; l’hai guardata un attimo e poi le sei andata incontro con le mani aperte per baciare quel viso che ti sembrava di conoscere già, di avere incontrato da qualche altra parte.

Senza di lei quella notte non sarebbe stata la stessa.

Ti sei voluta coricare nella brandina che avevo allestito nel soggiorno, mentre io vegliavo il babbo nel lettino accanto al suo. Maria è stata vicina a me fino alle due del mattino e mentre lei pregava ed interpretava i movimenti delle labbra del babbo e i suoi occhi aperti rivolti verso il soffitto come un colloquio con Dio e gli angeli, io lo accarezzavo, bagnavo le labbra asciutte, gli sussurravo di non avere paura, di lasciarsi andare… che quella non era la vita che tanto aveva amato… e quei movimenti delle labbra da cui scaturiva un…mmm…mmm…forse erano dei movimenti involontari, forse erano un richiamo alla mamma mai conosciuta, forse  parole incompiute su visioni  da cui noi eravamo ormai definitivamente esclusi…

Alle tre del mattino ti sei svegliata come in un richiamo; hai voluto accostare il lettino vicino al suo per stringere quelle mani che per oltre 63 anni ti erano state compagne e ogni 10 minuti mi pregavi di farlo bere, di bagnare le labbra arse dall’alito che si faceva sempre più irregolare…. come quando si va in apnea.

Le ore sono scorse inesorabili, né lente, né veloci, come sempre, come tutti i giorni, ma ogni 13 secondi un respiro sembrava fermarsi, sembrava essere l’ultimo…e invece l’aria usciva dal corpo e vi ritornava …per fermarsi per altri interminabili 13 secondi e così via fino alle 6 del mattino.

Alle 8 è arrivato Riccardo e poi l’infermiera per un prelievo che ha ritenuto di non potere più fare….il tempo per le cure era scaduto….poi d’un tratto un grande respiro…la voce di Riccardo che diceva : "come il mio babbo, proprio come lui",… il tuo  pianto disperato…. non ricordo esattamente il punto preciso della casa in cui mi trovavo, ma il respiro, quel profondo respiro ci ha avvolti tutti…… non lo dimenticherò mai e quando è finito le palpebre si sono chiuse per sempre, a nascondere i begli occhi verdi del babbo.

Maria, questa donna meravigliosa venuta da un paese molto lontano del nord, ci ha guidati a lavare il suo corpo, alla mamma le parti più intime, come in un rito che riannoda l’inizio della vita ricevuta con quella data ai suoi figli, con quella che stava restituendo dopo un lungo percorso di sofferenze e di disperati perché…a noi il compito di vestirlo con gli abiti della festa, le scarpe tirate a lucido, la bella camicia azzurra, la cravatta….ecco Babbo sei pronto per l’estremo saluto…l’espressione del tuo volto sembra più distesa, rilassata, i tuoi bei capelli bianchi restano un po’ ribelli….

Dio…. quanto ti abbiamo voluto bene…..

Vilmara

(alla mia mamma)

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categoria:racconti, genitori, morte
sabato, 20 giugno 2009

China, inginocchiata sulla tua tomba, ho sentito improvvisamente un alito, forte, silenzioso, largo… Meravigliata mi sono alzata… no, non c’era vento….Mi  sono nuovamente piegata..e ancora una folata, un respiro?...un’aria compatta, larga silenziosa…Mi sono messa  di nuovo in ascolto con il cuore sereno, leggero…..cosa stava accadendo intorno a me  sulla tua tomba?...e ancora per la terza volta ho udito un palpabile fruscio d’aria…largo corposo…. No non c’era vento soltanto un luminoso sole estivo.

Allora la mia fantasia ha cominciato a correre…che male c’era ad immaginare che era la tua anima vicina a me…cosa volevi dirmi? Babbo, volevi consolarmi?

Forse accade a tutti coloro che soffrono di sentire ciò che altri non sentono…forse bisogna essere in certe condizioni… forse la vita ha tante dimensioni e noi le scopriamo via via…

… “Sai c’è una novità, una cosa non programmata…non doveva accadere ora ma è successo….e io sto male, ho la nausea, il vomito….”  E allora una cascata di lacrime ha bagnato il mio viso sconvolto dalla gioia…… Ecco …l’alito, il respiro, quel grande ultimo respiro di due settimane fa si è trasferito in una nuova vita…che non si interrompe, che unisce il passato al futuro, il dolore alla gioia e… forse tu babbo era proprio questo che volevi annunciarmi…che sarei diventata nonna… ed hai trovato il modo di darmi un emozione, di farmi notare il respiro, la vita che è nell’aria …proprio come se tu fossi ancora fra noi….

Vilmara

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categoria:riflessioni, racconti, vita, genitori
giovedì, 11 giugno 2009

…un grande respiro si materializza nella casa, avvolge tutte le cose e tutti noi, si avverte anche se è avvolto nel silenzio, è quasi visibile anche se non ha forma, è un respiro profondo perché è l’ultimo, perché raccoglie tutti i respiri passati, perché quando esce dal tuo corpo si porta dietro tutta la tua anima…..Babbo …chissà se in codesto momento ricordi il tuo primo respiro, grande, profondo, accompagnato dal pianto…come adesso..il pianto… ed anche allora il tuo piccolo corpo era un po’ grinzoso, fu lavato, vestito…come adesso..il tuo corpo nudo che restituiamo come allora lavato con cura, vestito…. sembra la stessa situazione, gli stessi gesti…forse l’inizio e la fine sono la stessa cosa…appartengono allo stesso grande mistero….

Vilmara

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categoria:racconti, vita, genitori, morte
lunedì, 26 gennaio 2009

…oh Dio…Mamma!!! Questo lamento ti accompagna ormai quasi in ogni momento della giornata…Dio e Mamma: questa associazione ha per te un significato tutto particolare …non hai mai visto il volto di tua madre, non ti sei nutrito al suo seno, riscaldato al tepore della sua pelle, accarezzato il suo volto, ascoltato la sua voce….non sai i perché della sua storia e del suo abbandono.

 

Ma in conseguenza di ciò hai avuto più madri: la prima si chiamava Rosa ed era una donna piccola, con il viso rotondo, l’espressione dolce, resa ancora più infantile dalla piccola bocca con soli due incisivi inferiori, chè all’epoca pochi erano quelli che potevano curarsi i denti,  e ti accolse con le sue figlie a te coetanee e ti trattò bene, amorevolmente, calorosamente fino a che anche lei dovette lasciarti … a  mamma Ersilia, donna forte, volitiva che voleva farti incontrare Dio attraverso gli studi da prete.

 

Non fu facile ritrovare in lei il calore  materno perché era una donna di carattere un po’ severo che  alle dolcezze e al tepore della casa, dove la sua figura poteva infondere amore, sicurezza, gioia di vivere, allegria preferì offrirti il collegio, il seminario che si realizzò in più luoghi: nella tua città, in Casentino, a Colle Salvetti; là avresti dovuto incontrare Dio, imparare a svolgere un ruolo nella società al di sopra degli uomini o comunque al di sopra delle loro miserie, per conoscere e poi diffondere i valori cristiani e prepararli ad incontrarLo con l’anima più leggera, sgombra dal peccato.

 

Ma fu proprio lì, nell’organizzazione della Chiesa che ti sembrò di essere abbandonato anche da Lui e fu solo dopo diversi anni che capisti che furono le regole degli uomini piene di pregiudizi e di contraddizioni a cambiare la tua strada che tornò ad essere una fra le tante…. forse più vicine  a Lui, che poco c’entrava con quel rifiuto, e dove incontrasti la donna della tua vita che è stata madre dei tuoi figli, amica, compagna per tutti questi lunghi e brevi 63 anni.

 

E in questo tempo in cui il tuo corpo lotta con l’età, le sue malattie e le sue sofferenze che da particolari ed acute si trasformano in uno stato generale di dolore, di insofferenza, di memorie per i piaceri della vita come la semplice azione di nutrirsi e la sua immediata repulsione, tu chiami Dio e Mamma come se fossero un tutt’uno  e chiedi continuamente “perché” ….”perché” e sembra quasi che la tua anima si voglia dissociare da un corpo che non è più in armonia, dove gli equilibri della salute si sono rotti ed è solo nel sonno che l’espressione del tuo viso si addolcisce, le rughe si distendono, le labbra sono meno contratte…e i sogni … chissà se ci sono i sogni…non ne parlai mai…

 

E la mamma, con la sua costante dolce presenza un po’ svanita, va ripetendo a bassa voce che gli uomini sono più fragili, sopportano meno il dolore…perché si sa che l’influenza può durare anche più di 15 giorni e quando piangi ti accarezza i bei capelli bianchi e il volto, dove i tuoi occhi sono diventati di un colore verde acqua, e dice: “Didi, Didi perché fai così…vedrai che tutto passa, coraggio ci sono io, ci siamo tutti con te”.

Tu sentendo quelle parole non sai se sorridere o se piangere anche per questo, ti rivolgi ancora a Dio e Mamma ed allora cerco le tue mani, le stringo…sono ancora mani forti, parlano della tua vita passata, portano i segni del tempo ed incontrandosi con le mie ritrovi un po’ di quiete e ti abbandoni ad un breve sonno che sospende i perché….e quando ti risvegli io sono nei dintorni, io mi sento quella mamma che non hai avuto…

Vilmara

(al mio babbo)

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categoria:racconti, vita, genitori
lunedì, 22 dicembre 2008

“…eh cittina…quante cose devi fare….troppe…!!!”. Te ne esci così, con questa frase mentre ti spalmo la crema idratante sulla pelle dei piedi, magri, asciutti, pallidi; li massaggio con cura, li osservo, mi sembra di riconoscerli: la forma delle unghie, la proporzione fra le dita, il collo del piede, l’incavo, il calcagno, mi ricordano i miei. La dottoressa si è raccomandata di mantenere la pelle  idratata perché i farmaci, per la cura che fai, assorbono liquidi e quindi la pelle potrebbe rompersi, creare delle piaghe e questo va evitato decisamente.

I tuoi piedi, li osservi anche tu; che parte meravigliosa del corpo, ci sollevano da terra in ogni movimento che facciamo, combattono continuamente con la forza di gravità, vorrebbero innalzarsi, librarsi nell’aria e invece sono costretti a sollevarci solo per poco spazio, per poi ricadere e poi rialzarsi e via via, ogni momento, ogni giorno, per tutto il tempo....

 

Ricordi? da bambino quei piedini svelti ti portavano su per la collina di San Severo attraverso i viottoli dei campi dove nella casa colonica di Sabatino c’era una capra che un giorno legasti ad un albero perché si rifiutava di farsi mungere quel latte che a te piaceva tanto…e allora, quella volta lì, riuscisti a succhiarle il latte direttamente dai capezzoli … E poi  le corse infinite su per le vecchie mura di S. Domenico che portano al Prato e alla Fortezza Medicea, fino  a quando un giorno la tua mamma adottiva decise di metterti in collegio per studiare e diventare prete e allora i tuoi piedi ti portarono in tanti altri luoghi, dove si correva molto meno, dove si doveva pensare e attraversare altri spazi interiori alla ricerca di risposte al mistero della vita.

 

Gli studi delle materie umanistiche e religiose,  ti avevano catturato, molto meno la matematica, e ti aiutavano a sopportare la disciplina  del collegio e a 16 anni cominciavi ad immaginare un futuro da prete, con quella veste che ti faceva sentire importante con  un ruolo preciso da svolgere, fino a quando qualcuno si accorse che le tue origini anonime non potevano consentire di proseguire il viaggio intrapreso; non ci fu niente da fare : “le tue origini potrebbero nascondere qualche grande peccato”, così ti dissero in Vaticano durante l’udienza papale che avesti a Roma in quel lontano mese di aprile del  1941  e se nell’entrare dovesti percorrere in ginocchio, in segno di umiltà, tutte le gradinate, di fronte a quelle parole ti sentisti tradito, offeso, rifiutato, ti alzasti in piedi e velocemente corresti via, via lontano, lontano da chi non ti amava, da chi , per accettarti, voleva sapere chi erano i tuoi genitori,... e tu eri un trovatello. Allora entrasti in un negozio, comprasti dei pantaloni, riprendesti il treno e a 5 km da casa gettasti dal finestrino la veste che avevi tanto amato.

 

Poi nell’estate del 1944 il fronte passò nella tua città e dovesti abbandonare il lavoro che avevi trovato e scappare con i tuoi piedi veloci  su per i boschi di S. Anastasio e ogni notte cercare un nascondiglio per dormire e ogni giorno qualcosa da mangiare, che a 18 anni la fame fa correre, correre; per fortuna che i contadini della zona non negavano aiuto agli sfollati della città; l’importante  era non trattenersi nello stesso posto troppo a lungo.

E infatti una mattina, uscendo  un po’ carponi dal vecchio tunnel dove avevi passato alcune notti in un giaciglio di paglia insieme ad altri, trovasti una pattuglia di tedeschi che intendeva fare una rappresaglia fra la gente del posto.

Vi portarono in un’aia di un contadino e là cominciarono a sparare; le tue gambe tremavano, i piedi erano paralizzati, le lacrime scendevano dai tuoi occhi verdi sul bel viso giovane incorniciato da bellissimi ricci neri.

 

Poi un soldato più anziano degli altri ti guardò dritto negli occhi; per un attimo  non esistevano più fucili, non c’erano più nemici, forse per un attimo quell’uomo vide in te un figlio  e anziché mandarti con gli altri ti ordinò di andare nella stalla a prendere un maiale e  ucciderlo e tu andasti ….ma poi sapevi che non era così semplice catturarlo; ti avvicinasti allo stalletto, ma non osavi entrare dentro e allora, di fronte alla tua paura, un altro soldato nel deriderti entrò, sparò al maiale senza ucciderlo, dandogli così il tempo di azzannargli una gamba.

Tra le urla del tedesco, il suo sangue e la confusione che ne seguì decidesti di scappare, i tuoi piedi non furono mai più così veloci, le tue gambe non si piegavano solo indietro ma avevi la sensazione che si piegassero anche in avanti, giù per il bosco, per le scarpate, per il rio, giù, giù, via, via con le ali ai piedi, che la forza di gravità nulla poteva di fronte alla velocità della tua fuga.

I tuoi piedi….quanti passi…..

Vilmara

(al mio babbo)

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categoria:racconti, vita, genitori
venerdì, 05 dicembre 2008

      La serrandina della finestra del cucinotto è ancora chiusa stamattina alle 10…non è un buon segno…infatti vi trovo entrambi coricati…tu Didi che da sempre hai l’abitudine di portare il caffè a letto, non ce l’hai fatta ad alzarti..sei lì immobile, appisolato, tu Babi da sotto il lenzuolo mi dici: “sai sono malata, ho la febbre a 37…sarà un pochino di influenza…il fabbro ha picchiato tutta la notte e adesso frigge in testa”  …. “non ti preoccupare – rispondo io - vedrai che passerà, ora state a cuccia che io faccio il caffè e poi prendete tutte le medicine”.

     Così comincio la mia giornata di assistenza. Poi tu ti alzi e, piano piano, decidi di farti la barba, mi suggerisci la spesa ed io gioco con la Babi a farla sentire una gran signora: le porto il caffè, le fette biscottate, rinnovo l’aria alla stanza, riaggiusto il letto, passo un cencio di lana sul pavimento, spolvero e poi la lascio lì al caldino sotto il piumone…

      Tu ti aggiri per casa, noti il giornale che ti porto ogni mattina perché so che ancora le cose che accadono  nel mondo suscitano il tuo interesse, provocano la tua ribellione per tutto quello che non va…e questo è un grande segno di vitalità che io alimento quotidianamente attraverso i commenti che facciamo insieme…poi  magari scrolliamo la testa in un gesto di impotenza….

     Organizzo il pranzo e a tavola siamo noi due soli…tu mangi con un evidente sforzo di volontà mentre con un braccio ti tieni il torace…io approfitto per dirti che mi sto organizzando per farvi spazio a casa mia… “voglio sapere cosa ne pensi, se sei d’accordo a trasferirvi da me....la mia casa è adatta per vivere insieme perché ci sono molti spazi, anche indipendenti, che non costringono a stare l’uno di fronte all’altro tutto il giorno, come in un appartamento, e sia d’estate che d’inverno si passa molto tempo fuori, in giardino…dove a prima vista non pare ma… abitandoci ci si accorge di quanto sia vitale, di come ogni giorno ci sia qualcosa che cambia, dove puoi rubare il primo sole che spunta, accorgerti del primo fiore che germoglia, dei primi cinguettii degli uccelli, accorgerti che cominci a prestare attenzione se piove poco o troppo, se l’acqua scorre nel rio o se si asciuga troppo presto, si accende il caminetto ogni giorno, si vedono i vigneti tutto intorno e gli oliveti che fanno l’olio più buono di tutta la zona e poi… i nostri pastori tedeschi che amano rotolarsi nell’erba e ti salutano ogni volta che ti vedono fosse anche 100 volte al giorno…tutte cose che sai …che conosci…che ami”.

      Tu mi guardi…mi dici che in due non è uno scherzo…che tu verresti ma la Babi forse non è d’accordo…non vuole disturbare….e poi… speri di stare meglio, che dopo questa cura, questa sofferenza, forse  riacquisterai un po’ della tua autosufficienza….che non è facile lasciare la propria casa, le proprie mura, i propri angoli, le atmosfere che sono lì e non da un'altra parte....

      Io ascolto le tue parole con emozione, la tua speranza di guarire mi fortifica…sei un uomo che ha amato la vita, che l’amerà fino all’ultimo giorno e io nell’aiutarti do un senso ancora più grande alle mie giornate, al mio tempo, perché la vitalità che mi sento in questo periodo non è inferiore al passato.

       Intanto il fissare  queste giornate su fogli di carta che formeranno un diario di famiglia, oltre che essere un piacere, sviluppa la mia capacità di analizzare ciò che accade intorno a me e dentro di me, alimenta la mia consapevolezza sui valori che guidano la mia vita e mi sento spinta  a riempire il resto della mia giornata in cose semplici ma che impegnano la mia testa in attività alternative al lavoro che non c’è più: frequento dei corsi  sulla storia della musica dell’800, sulle opere di Puccini,  imparo l’uncinetto e mi sto costruendo delle bellissime tendine per la cucina, leggo mediamente due-tre libri al mese…e poi e poi …chissà quante altre cose ancora…il tutto per creare delle attrazioni alternative…. delle difese per superare il momento in cui i nostri cammini si separeranno per sempre…

Vilmara

(al mio babbo)

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categoria:racconti, vita, genitori
martedì, 02 dicembre 2008

"Mamma, mi farebbe piacere che mi accompagnassi a vedere un’opera lirica al teatro comunale di Firenze: danno il Sigfrido di Wagner con la direzione di Zubin Metha e poichè ho visto le prime due parti, non posso non vedere la terza…però se vieni devi prepararti”; così mi ha detto qualche giorno fa S. ed io ho accettato con entusiasmo anche perché non avevo mai visto un’opera a teatro. Cerco in google “Sigfrido”, stampo la trama e poi il libretto e quando vado a leggere non capisco nulla perché i personaggi avevano tutti storie precedenti e quindi è stato inevitabile documentarmi su tutta la tetralogia de “L’anello del Nibelungo”, oltre al prologo. Scopro un mondo completamente sconosciuto:

-         il musicista Wagner, rivoluzionario, considerato un terrorista ed esule per 10 anni

-         la trama dell’opera con il mondo degli dei, dei miti, delle forze della terra, della forza dell’amore che si contrappone all’avidità/potere, alla legge; forza dell’amore che è anche libertà, che è anche rinuncia di sé e redenzione …

-         tanti  personaggi che nascono dall’incontro delle forze del cielo e della terra

….insomma dopo una settimana di ricerche e letture sabato 29 novembre quando partiamo sono preparatissima…conosco il contenuto dell’opera e mi preparo a godermi lo spettacolo.

        Al primo atto mi rendo conto che la regia è modernissima, che non ci saranno i colori della terra, del cielo, le atmosfere della foresta,  i pathos che mi ero immaginata leggendo…perché S. si era dimenticata di avvertirmi che oggi la regia usa strumenti e tecnologia moderni, diversi da quelli di una volta e quindi ad esempio la foresta è rappresentata da proiezioni cinematografiche di figure geometriche astratte che a me ha ricordato una metropoli, con colori freddi, metallici, grigi, bianchi, neri …dove  la vitalità dell’ambiente è espressa da un continuo, nevrotico movimento delle forme, anch’esse spesso astratte e che a me suscitano emozione solo quando appaiono in forme naturali come il volo degli uccelli, come la spada magica.

        Il secondo atto apre con una immagine drammatica di corpi schiacciati a terra, incapaci di sollevarsi in una chiara condizione di  oppressione e la musica, scandita da un tamburo che nella sua ripetitività, lentezza ma anche drammaticità, si unisce benissimo alle immagini dei corpi, non lega altrettanto bene con i colori e  con l’astrattezza delle immagini proiettate

        Il terzo atto apre con una schermata gigante  su montagne innevate altissime…sembra di volarci sopra….bellissimo, emozionante…ma mi ricorda il cinema. La scena finale quando Brunilde e Sigfrido decidono (dopo un fraseggio un po’ troppo lungo e pesante) di amarsi, il loro amplesso è reso da una immagine cinematografica romboidale (che richiama una vagina) e da una serie di figure astratte in continuo movimento che di volta in volta assumono forme falloidali intrise di sperma…bello come realizzazione tecnica ma dal punto di vista emozionale direi proprio…no.... I cantanti pur cantando bene non attraggono l’attenzione come meritano perché è la tecnologia che li sovrasta e li schiaccia.

        Concludo dicendo che forse si tratta di sperimentazioni per il superamento di una visione tradizionale del teatro……ma a me… non mi ha catturato…..Resta il fatto che comunque ho visto un mondo che voglio continuare a scoprire meglio….

Vilmara

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categoria:teatro
giovedì, 27 novembre 2008

DSCF1320greppiadivina

DSCF1340ilparadiso

DSCF1342tral

DSCF1309la dea fena

DSCF1323la forza della natura

 

.

 

... I magnifici sette cuccioli di pastore tedesco hanno 10 giorni...ecco le prime foto...guardarli ogni giorno suscita un grande sentimento di benessere.

Adesso dovremo trovare buone famiglie che li possano accogliere bene...

un abbraccio a tutti

Vilmara

postato da: fenona alle ore 19:58 | Permalink | commenti (4)
categoria:racconti, animali
venerdì, 21 novembre 2008

“C’è un’aria di attesa in questi giorni  in casa perché il tempo di gestazione della nostra  femmina di pastore tedesco sta per terminare. Non sappiamo se organizzare per  domenica la festa di compleanno o se rinviarla…ma poi decidiamo per il si,  facciamola pure e stiamo tutti insieme ad attendere  la nascita dei cuccioli….Saranno 5 o 6  ma tanto l’ecografia non ha mai detto il vero…

 

In questa attesa tu che sei il capo famiglia ( nel buon significato del termine) sei venuto a letto tardi perché la Fena ha cominciato ad agitarsi, a raspare nel pavimento di legno in un antico misterioso rito che se fosse in ambiente libero la spingerebbe a fare una enorme buca in terra in un angolo appartato dove partorire…invece è stata acquistata una “sala parto” in legno …..forse il tutto  accadrà stanotte o domani...

 

Hai fatto un sogno premonitore: c’erano tanti cuccioli, guaivano e d’un colpo ti sei svegliato, sono le 3, ti sei vestito e sei uscito a controllare la situazione, io ti ho seguito: dopo 10 minuti la Fena  con gli occhi lucidi, dorati più di sempre, le orecchie basse in segno di umiltà, di  sottomissione, attende l’antico comando della madre di tutti, ci  guarda con una espressione umana, sembra dirci… “grazie di essere qui… ho molto da fare”.

 

Il comando arriva  e lei comincia a leccarsi la vagina con sempre maggiore intensità…si alza, si piega, si curva ed infine,  avvolto in una trasparente membrana, esce il primo cucciolo, nero,  lucido… Lei con una puntualità da manuale ostetrico apre  la placenta, taglia con i denti il cordone ombelicale e lo lecca e mentre il piccolo comincia  a guaire, subito provvede a nutrirsi con la placenta stessa che costituisce un ottimo pasto  ricco di proteine … e poi ancora va dal cucciolo lo lecca dappertutto, lo pulisce, lo stimola, lo rassicura, lo bacia, gli dà il benvenuto…è un maschio…

 

Poi, forse non troppo soddisfatta della cassapanca a lei riservata perché troppo grande, poco intima, prende con la bocca tra i suoi dentoni la piccola creatura…tu  lì per lì un po’ meravigliato e forse un po’ preoccupato le ordini di tornare nella cassapanca e lei ubbidisce, si adagia, lascia il piccolo fra le sue grandi mammelle e si prepara alla fase successiva.

 

Dopo un’ora si alza di nuovo, si agita, si lecca per sé e per il cucciolo e.. voilà esce una femmina, e poi dopo mezz’ora un altro maschio e così via fino ad arrivare alle 10 del mattino quando 7 cuccioli guaiscono tutti insieme e lei riesce a controllarli tutti quanti, a tenerli insieme vicini sotto la lampada rossa che emana il tepore che servirà ad asciugare  il loro pelo… tutti i loro ombelichi sono massaggiati continuamente con quella lingua umida, calda, protettiva …. gli ombelichi….il centro della vita…

 

In casa c’è un’aria di grande soddisfazione, i messaggini cominciano a partire verso gli amici perché tutti devono sapere l’evento, dobbiamo brindare a queste nuove sette piccole vite; in cucina i profumi del sugo, dell’arrosto, delle verdure grigliate si diffondono, la tavola è apparecchiata, sono in arrivo anche tutti i nonni, poi quando la Fena si sarà riposata andremo cautamente, discretamente, mantenendoci a distanza a salutarla, a congratularci…

 

Mentre tutto sembra finito… una nuova contrazione la fa alzare… c’è un altro cucciolo in arrivo, il più grosso di tutti e lei fa in fretta più di prima: libera la placenta, taglia il cordone ombelicale, comincia il massaggio…qualcosa non va, lo lecca freneticamente, lo prende, lo rigira di sopra, di sotto, dalla coda, dal muso… no, non guaisce…deve guaire.. ancora un massaggio..ancora ancora…perché…perché non guaisce!!!??…il piccolo corpo, le zampine, sono abbandonate a sé stesse… è un piccolo maschietto…non ce l’ha fatta…dal suo musino escono gocce del liquido amniotico…forse ha bevuto.. forse è stato troppe ore ad attendere. Lei lo guarda smarrita, incredula…sente gli altri cuccioli che la chiamano, lo trascina vicino a sé ma distante dagli altri…..non fa più nulla…lei sa che non c’è più niente da fare…

 

Infine tu che sei il suo padrone prendi il piccolino delicatamente in mano,  ancora incredulo, fai qualche tentativo di sollecitazione, chissà forse …la Fena si alza… ti segue.. quasi a gridare un no.. e poi torna indietro: madre natura, che con gli animali è benigna, la sta già aiutando a dimenticare…. bisogna accettare la realtà…la vita continua a gran voce in quei magnifici sette pastori che si chiameranno  ciro, croz,  cora, creta, ed altri nomi tutti con la C…."

Vilmara

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categoria:racconti, ricordi, animali
lunedì, 27 ottobre 2008

…dopo avervi assistito durante la mattinata, nel pomeriggio mi sono dedicata interamente ai lavori del giardino…ero sudata per una sana stanchezza all’aria aperta quando il telefono inaspettatamente ha squillato alle 16… “la mamma ha un feroce mal di testa, le ho dato l’EN, la tachipirina, ma vuole te”….via,.. prendo il motorino e vado: ti trovo al buio nel tuo lettone mentre il Didi in un angolo del soggiorno finisce di leggere il suo giornale in una nuova forma editoriale… mi dici “è tutta colpa sua… ha cominciato stamattina alle 5 a brontolarmi…non vuole che mi alzi per andare al bagno…vuole che usi la padella ed io non voglio preferisco andarci da me…anche se poi è vero che non ho fatto in tempo….e poi stamattina quando mi ha detto che non capisco più niente perché non mi ricordo di prendere il bastone per camminare…è colpa sua se mi si è scatenato questo fabbro in testa”… e mentre ti accarezzo la fronte rinnovo l’aceto nella pezza che vi appoggi: una vecchia usanza dice che l’aroma forte lo allontana …poi aggiungi: “tanto aveva ragione il macellaio della Bruna che disse una cosa…..ma mi vergogno a dirtela”, “dai, dai  dimmela ormai sono grande anch’io non credi?”. “…perché tanto gli uomini quando il picciolo non gli funziona più…non capiscono più niente… ecco cosa disse il macellaio alla Bruna che si lamentava del suo Rigo…” …e mentre comincio a ridere la tensione del tuo viso si  allenta… “vuoi un tè caldo?” e così mentre  sono in cucina: “Didi, devi riprenderla con dolcezza la tua Babi perché altrimenti  ottieni l’effetto opposto…dolcezza, dolcezza… consumi anche meno energie …che ti servono”. Dopo preso il tè ti dico: “secondo me se ti alzi dal letto e andiamo a stirare i panni starai meglio…dammi retta, tu li pieghi, io li stiro”..  “eh…allora ci provo”… e così ti ho lasciato sfogare cercando di  precisare che le vostre tensioni  sono causate dal male, dalla sofferenza e dopo mezz’ora, dopo essermi fatta promettere che ti riconcilierai prima di coricarti,   sei rientrata nel soggiorno, il mal di testa e il fabbro si sono attenuati e insieme con il tuo Didi abbiamo concordato il pranzo per domani…..

Vilmara

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categoria:racconti, genitori